Quando capisci che non stai solo fotografando un match

Non avevo mai fotografato un match di boxe prima di quella sera, e forse è proprio per questo che ci sono entrato senza troppe sovrastrutture, senza schemi già pronti in testa. Sapevo cosa dovevo fare, ma non sapevo davvero cosa avrei trovato. E in questi casi succede sempre una cosa: inizi a capire tutto mentre ci sei dentro.

Il primo momento in cui ho percepito davvero il peso di quello che stava per succedere è stato il giorno prima, a Corte San Lorenzo, durante la conferenza stampa e la cerimonia del peso. È lì che ho visto Giacomo Micheli da vicino per la prima volta, insieme al suo team. Non c’era ancora il ring, non c’erano i colpi, ma c’era già tutto il resto. Il face to face con D’Addazio è uno di quei momenti in cui non succede niente, ma in realtà succede tutto. Gli sguardi si incastrano, il tempo sembra fermarsi per qualche secondo e capisci che il giorno dopo non sarà solo un incontro, sarà qualcosa di più diretto, più vero. Giacomo non aveva bisogno di dire nulla, si vedeva chiaramente cosa c’era dentro: concentrazione, voglia, una determinazione molto pulita, senza rumore.

Il giorno dopo, al Palacoscioni, è cambiata completamente l’atmosfera. Quando entro nello spogliatoio capisco subito che quello è uno spazio diverso da tutti gli altri.

Non è solo un luogo di preparazione, è una zona quasi intima, dove ogni cosa ha un peso preciso. In questi momenti devi imparare a stare un passo indietro, a muoverti senza farti sentire troppo, a osservare prima ancora di fotografare. Ci sono piccoli momenti di leggerezza, qualcuno che prova a smorzare la tensione, ma sotto si sente sempre qualcosa che cresce.

Poi arriva il silenzio.

Quello vero.

Il momento delle bende è stato quello che mi è rimasto più addosso. Il coach che lavora sulle mani di Giacomo con una precisione quasi rituale, senza fretta, senza distrazioni. È un gesto che dura tanto, ma non pesa mai. Anzi, sembra necessario. In quel tempo non si stanno solo preparando le mani, si stanno preparando loro due, insieme. È come se si stessero allineando, senza bisogno di parlare. Io ero lì, a pochi metri, e in quel momento ho capito che il mio lavoro non era trovare la foto più forte, ma riuscire a restare dentro quella scena senza romperla.

Quando finisce l’incontro prima del loro, cambia tutto di nuovo. Si sente l’ultimo gong e da lì in poi l’energia si alza in modo netto. Si esce dallo spogliatoio e il team si stringe attorno a Giacomo, lo carica, lo accompagna. Ma non è una carica costruita, è qualcosa di molto naturale, molto vero. In quel gruppo si percepisce chiaramente che non si tratta solo di lavoro, ma di legame. Ed è una cosa che si sente anche da fuori.

Decido di seguirlo alle spalle, nel corridoio che porta al ring. Non voglio stare davanti, non mi interessa solo il volto. Voglio vedere cosa succede attorno a lui, voglio portarmi dentro quel passaggio. Il pubblico si fa sentire, il rumore cresce, ma allo stesso tempo lui sembra sempre più dentro se stesso. È come se tutto si stesse stringendo verso un punto preciso.

Poi si sale sul ring.

E lì non hai più tempo per pensare.

So che è la prima volta per me in una situazione del genere, ma non mi pesa. Negli ultimi anni ho imparato a fidarmi di quello che vedo e di come reagisco a quello che succede. Non posso prevedere, posso solo stare dentro. I colpi arrivano, le fasi si alternano, la tensione si accumula. Cerco di non perdere nulla, ma soprattutto cerco di non farmi trascinare solo dall’azione. Ogni tanto mi viene naturale spostare lo sguardo, cercare quello che succede appena fuori dal centro, perché spesso è lì che trovi qualcosa in più.

Poi arriva il momento che chiude tutto.

Il KO.

È netto, senza interpretazioni. E subito dopo cambia tutto un’altra volta. L’urlo di Giacomo è una liberazione piena, totale. Non è solo l’esultanza per la vittoria, è tutto quello che si è portato dietro fino a lì. Continuo a fotografare, senza fermarmi, perché sono quei momenti che non tornano. La cintura, l’abbraccio con il team, gli occhi, le mani, le facce. Tutto si scioglie, ma allo stesso tempo resta.

Il ritorno negli spogliatoi è completamente diverso da quello di prima. Le stesse persone, lo stesso spazio, ma un’altra energia. Più leggera, più aperta. E in mezzo a tutto questo c’è una cosa che mi porto dietro più di tutte: la fiducia. Giacomo mi ha fatto entrare in quei momenti senza mai farmi sentire fuori posto, e non è una cosa scontata, soprattutto in situazioni così delicate.

Ripensandoci, non è stata solo un’esperienza fotografica. È stata una di quelle situazioni che ti spostano leggermente il modo di guardare. Perché ti accorgi che non stai solo documentando qualcosa che succede, ma stai vivendo un processo, dall’inizio alla fine, fatto di tensione, attesa, esplosione e poi di nuovo calma.

E forse è proprio questo che mi resta più di tutto.

Non il match in sé.

Ma tutto quello che c’era intorno, e che per una sera sono riuscito a vedere da vicino.

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